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Il caso di Alcamo Marina, un’analisi del ’79 firmata Culmone
Il Dott. Luigi Culmone con l'articolo del 5 agosto 1979 sul Giornale di Sicilia.

Il caso di Alcamo Marina, un’analisi del ’79 firmata Culmone

Emanuele Cusumano | 23 maggio 2019 | Attualità, Cultura, News

 

L’estate è alle porte e l’alcamese diviene ancora una volta protagonista del celebre “esodo” verso il litorale. Ogni anno se ne parla e ancor più si dibatte sulla questione “abusivismo edilizio” legata al boom economico degli anni ’60 e ’70.
Insomma dei temi sempre attuali ad Alcamo, specie quando si è prossimi al periodo estivo.
Immaginiamo adesso di poter tornare indietro nel tempo; siamo alla fine degli anni ’70, e Luigi Culmone, seppur ancora giovane ma già attento osservatore delle dinamiche sociali, riesce a pubblicare sul Giornale di Sicilia ben due articoli in cui analizza e interpreta il fenomeno.

Proponiamo di seguito integralmente il primo articolo:

Ad Alcamo Marina sono diecimila le costruzioni abusive

Una bella villa fuori legge tanto per sembrare evoluti

Il “residence” al mare è diventato quasi uno strumento di crescita sociale – Un centro ignorato dalle mappe che in estate conta 35 mila abitanti.

Alcamo Marina, il grande “tempio” che gli alcamesi in meno di dieci anni hanno eretto al “dio” cemento sta consumando lentamente la sua stagione. Cercare il fatto di cronaca in questa enorme città-fantasma potrebbe anche essere inutile proprio perché Alcamo Marina è di per sé stessa tutto un colossale fatto di cronaca. Infatti in questo vero e proprio aborto urbanistico è impossibile trovare il caso isolato, come si dice adesso il privato! Se per ipotesi un giorno la magistratura denunciasse un abusivo, ne resterebbero sempre altri diecimila da colpire.
Forse proprio per questo, malgrado ormai anche il più irto centimetro quadrato di burrone sia stato lottizzato ed aggregato alla “casbah”, ad Alcamo Marina non c’è stata mai un’inchiesta, proprio perché in questa interminabile fungaia che ha avviluppato ogni cosa, il reato “privato” non esiste, esiste solo il reato di massa ed Alcamo Marina stessa è un corpo del reato, vivente e palpitante. Ormai questa lunga striscia di case larga un chilometro e larga cinque è divenuta un rito, una vera tradizione popolare.
Così dopo il festino della “Madonna dei Miracoli” gli alcamesi, armatisi di armi e bagagli, compiono il grande esodo. In pochi giorni Alcamo diventa un paesino di cinquemila anime, mentre la “casbah” si riempie come un uovo. Trentacinquemila alcamesi ripetono l’ormai tradizionale rito estivo, non importa se mancano i servizi igienici, se manca l’acqua, se il mare è sporco, se il rumore di migliaia di radioline, mangiadischi, moto giapponesi e auto di grossa cilindrata rompono i timpani: l’importante per l’alcamese è esserci.
Così solamente si può spiegare il motivo del perché molti alcamesi possiedono ad Alcamo Marina splendidi appartamenti rivestiti di marmo a profusione, con le mattonelle di ceramica ed il parquet in salotto mentre ad Alcamo per nove mesi l’anno abitano in case prese in affitto. Sembra assurdo, ma ad Alcamo anche l’assurdo ha un senso. Se non si entra nell’ordine di idee che ad Alcamo tutto è possibile non si può capire questo “strano”, grosso, paese e piccola città.
Alcamo Marina è la coscienza degli alcamesi, la loro voglia di dimostrare che si sono evoluti, che si sono “inciviliti”, insomma il lungo serpente di cemento che si snoda per buona parte del Golfo di Castellammare è un vero e proprio “status-symbol” di un grosso paese che grazie alle “arti” vinicole si è riempito i portafogli (e le banche) di denaro, di molto denaro. E questo denaro è stato tutto investito per trasformare le dune di una spiaggia di eccezionale bellezza in una fredda colombaia di cemento armato.
Decine di miliardi, forse si arriva al centinaio, sono state freneticamente trasformate in palazzine, ville, palafitte e case mentre non si è speso un soldo per le infrastrutture sociali. Il privato ha costruito una città senza che lo Stato o chi per lui sapesse niente. E quando l’autorità interviene, interviene in maniera così impacciata, così flebile da auto-ridicolizzarsi.
Un esempio: il Comune da qualche anno fa innalzare dei pali con su scritto che in certe contrade (vedi Canalotto) è proibito fare il bagno. I solerti funzionari piantano il palo e vanno via: il Comune ha fatto il suo dovere. Il giorno dopo non ci sono più né i pali né i divieti; evidentemente qualcuno nottetempo ha eliminato il tutto rendendo nuovamente disinquinata l’acqua! C’è chi afferma maliziosamente che i pali che scompaiono formano la materia prima dei falò che l’8 settembre vengono fatti dai ragazzi.
Comunque questo episodio (quest’anno si è salvato un solo palo) è divenuta una tradizione, ma il Comune ha la coscienza a posto… lui il divieto l’ha messo, se poi scompaiono la colpa non è sua, come per dire: uomo avvisato, mezzo salvato! Ma la casistica dei fatti strano di Alcamo Marina è enorme e variopinta. Ecco un altro esempio: di fatto in questa stazione balneare esiste un solo albergo (la Battigia, dove per trovare una camera bisogna prenotarla un anno prima), ma sulla carta (guarda caso!) gli alberghi dovrebbero essere (se non un centinaio come dicono le lingue più maliziose) almeno una ventina! Come mai?
Certo, questo è un mistero “quasi” inspiegabile. Sempre le male lingue dicono che ad Alcamo Marina molte ville sono state costruite coi soldi ottenuti da mammà Regione, un contributo per iniziare l’attività alberghiera (e quindi i soldi per costruire pure gli alberghi), “pubblici” soldi (magari versati all’erario pubblico dal pensionato che “tira” una piccola pensione) con cui i “furbacchiotti” hanno sì fatto l’albergo, ma per un uso strettamente… personale o tutt’al più familiare.

– Luigi Culmone

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