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Paolo Borrometi: giornalista sotto scorta ci racconta la sua battaglia contro la mafia
Presentazione del libro di Paolo Borrometi

Paolo Borrometi: giornalista sotto scorta ci racconta la sua battaglia contro la mafia

Paola Faillace | 30 dicembre 2018 | Attualità, Cultura, Interviste, News

 

Nel corso della presentazione del suo libro “Un morto ogni tanto”, svoltasi il 23 dicembre presso il Centro Congressi Marconi di Alcamo, Il giornalista Borrometi ha risposto ad alcune domande della nostra redazione. Paolo Borrometi vive sotto scorta da anni per via delle minacce ricevute a seguito della pubblicazione dei suoi articoli.

Perché è importante fare Antimafia?

Io sono contro il termine antimafia. Questa è una terra dove c’è la mafia e ci sono le mafie è ovvio che l’attività di ognuno di noi è volta all’antimafia. Non esistono giornalisti antimafia, imprenditori antimafia, sacerdoti antimafia. Esistono degli imprenditori, dei giornalisti e dei sacerdoti che sono contro l’illegalità, contro la corruzione quindi contro le mafie. Bisogna spersonalizzare le battaglie e fare squadra. È il noi che temono le mafie. Quando minacciano un giornalista, non minacciano solo il giornalista che scrive quel determinato articolo minacciano soprattutto i lettori che grazie a quell’articolo vengono informati.

In Sicilia i mafiosi non sono gli estranei: sono i nostri vicini di casa, parenti o amici. Quanto è difficile scrivere un articolo su una persona che si conosce e quanto è importante farlo?

Scrivere del vicino, scrivere del compagno di banco, scrivere del cugino del proprio amico, scrivere della persona che incontriamo ogni giorno al bar in piazza è complesso. Non dobbiamo dimenticare però che Peppino Impastato urlava “mafia montagna di merda” in un momento in cui di mafia non parlava nessuno. Le mafie hanno tentato l’infiltrazione addirittura nella cosiddetta antimafia. Lo scatto in più è fare nomi e cognomi, perché un giornalista che vede qualcosa e non la denuncia è una persona che non fa bene il proprio dovere: quello di informare e inoltre è una persona che impedirà ai cittadini di decidere da che parte stare.

Come si riconosce un mafioso?

Oggi la mafia ha cambiato pelle non è più una mafia coppola e lupara. Oggi la mafia è diversa, le mafie si sono infiltrate a cavallo fra economia legale e economia illegale. Oggi è importante parlare di subcultura mafiosa. Una subcultura fertile che crea l’humus per le mafie. Da lì si riconoscono gli atteggiamenti mafiosi e i mafiosi, ma oggi i mafiosi sono anche i colletti bianchi che si fanno strumento dei mafiosi e diventano il loro braccio armato.

Come possono i giovani rompere la subcultura mafiosa?

Studiando. Fondamentale è studiare e comprendere quello che ci circonda. Fondamentale è rompere questa subcultura per cui quando nei nostri territori c’è un parcheggio per disabili noi lo occupiamo o quando siamo alla posta cerchiamo lo sportellista amico e saltiamo la coda. La cultura della raccomandazione, la cultura del favore piuttosto che del diritto. I giovani sono il presente del nostro paese e non solo il futuro ed è dal presente che devono iniziare ad assumersi le proprie responsabilità.

Di cosa parla il libro UN MORTO OGNI TANTO?

Il mio libro abbraccia delle inchieste giornalistiche. Ho raccontato gli affari che riguardano ognuno di noi ad esempio gli affari delle agromafie, gli affari tra mafia e politica e gli affari che intaccano la nostra quotidianità e a cui non pensiamo. Per questo partendo dalla paura dell’attentato con l’autobomba che dovevano realizzare pochi mesi fa ho cercato di raccontare un territorio facendo i nomi delle società, dei colletti bianchi e dei mafiosi con coppola e lupara, dei mafiosi che hanno ucciso e avrebbero voluto continuare ad uccidere.

Quando hai iniziato a scrivere hai immaginato che effetto avrebbero avuto le tue parole e cosa avresti rischiato?

Assolutamente no, io sognavo di fare il giornalista da ragazzo. Sognavo di fare il giornalista nella mia terra come lo faceva Giovanni Spampinato. Sognavo di fare il giornalista e di raccontare e basta. Le conseguenze di quel racconto non le avrei mai immaginate o temute. Rifarei tutto perché non si devono cercare eroi, io ho fatto il mio dovere nulla di più. Ho visto con i miei occhi alcune cose e le ho denunciate e raccontate. Non mi aspettavo che sarebbe successo tutto quel che è successo, ma nonostante la paura che io vivo ogni giorno, avrei fatto ciò che continuo a fare. Un giornalista è prima di tutto un cittadino e un cittadino libero fa semplicemente il proprio dovere.

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